La Regione Siciliana ha stanziato 900 mila euro per avviare il ripristino dell’accesso al Porto Rossi di Catania, una delle infrastrutture maggiormente danneggiate dal ciclone Harry che, lo scorso gennaio, ha colpito duramente la costa etnea. Si tratta del primo intervento finanziato nell’ambito delle procedure di somma urgenza attivate dopo l’evento calamitoso, come confermato dal Dipartimento tecnico regionale.
Il presidente della Regione ha definito l’opera una priorità, ricordando come il Porto Rossi rappresenti «una infrastruttura importantissima per il turismo» e anticipando che, dopo questo primo stanziamento, saranno allocate ulteriori risorse per completare la messa in sicurezza e il ripristino funzionale dell’area.
Questo intervento, tuttavia, mette in luce anche un’occasione mancata: quella di ripensare radicalmente il futuro di uno dei tratti più delicati della costa catanese. Mentre si procede verso il recupero del porto privato, resta fuori dal dibattito istituzionale un tema che molti cittadini e associazioni considerano centrale: quale destino immaginare per uno spazio classificato con pericolosità 4, il livello massimo previsto in ambito idrogeologico?
Il ciclone ha spazzato via strutture e barriere, riportando alla vista un tratto di litorale sottratto da decenni alla fruizione pubblica. Per molti, questo avrebbe potuto rappresentare il momento per ripensare l’area come uno spazio aperto, accessibile e sicuro, magari attraverso la creazione di una spiaggia pubblica o di una zona di balneazione libera.
La scelta di concentrare risorse e priorità sul ripristino del porto privato viene invece letta come una rinuncia preventiva a immaginare un uso diverso e collettivo di quel tratto di mare. La richiesta avanzata da più parti è chiara: non ricostruire il porto, ma cogliere l’occasione per restituire alla città un bene comune, trasformando un luogo fragile e oggi inaccessibile in uno spazio pubblico, aperto e resiliente.
La discussione, però, non è ancora stata realmente avviata nelle sedi istituzionali. E il rischio è che la somma urgenza si trasformi nell’ennesimo automatismo capace di chiudere, anziché aprire, ogni possibilità di scelta.
